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Dom, Ago

M5S, 'blitz' Grillo ad Ambasciata Cina spiazza eletti: Conte non partecipa

Politica
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Eletti M5S spiazzati dalla notizia dell'incontro, fissato nel tardo pomeriggio a Roma presso l'ambasciata cinese, tra Giuseppe Conte, Beppe Grillo e l'ambasciatore di Pechino Li Junhua. Da Lega, Fratelli d'Italia, Forza Italia e Iv piovono critiche. E anche dal Pd filtra irritazione.

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Poi, nel giro di qualche ora, arriva la puntualizzazione: l'ex premier, fa sapere il suo entourage, non prenderà parte all'incontro a causa di "concomitanti impegni". Tra i parlamentari grillini le bocche restano rigorosamente cucite. Ad esporsi per ora è solo il vicepresidente dei senatori M5S Gianluca Ferrara, capogruppo 5 Stelle in Commissione Esteri, per il quale la visita dei vertici del Movimento all'ambasciata cinese "rientra nel solco di quel concetto di multilateralismo che il M5S ha sempre ritenuto un punto fermo". 

"Certe polemiche mi sembrano poste in essere da chi sembra essere più realista del re", dice all'Adnkronos Ferrara, spiegando che la Cina "è una realtà da cui non possiamo e non desideriamo prescindere", senza mettere in discussione "il posizionamento geopolitico del nostro Paese, la nostra amicizia privilegiata con Stati Uniti e i nostri partner europei". Non è la prima volta che il garante e fondatore del Movimento si reca in visita all'ambasciata del Dragone. Nel novembre del 2019 Grillo ebbe due incontri nel giro di 24 ore con l'ambasciatore cinese. All'epoca il comico si limitò a postare una foto su Facebook con Li Junhua, scherzando: "Gli ho portato del pesto e gli ho detto che se gli piacerà dovrà avvisarmi in tempo perché sarei in grado di spedirne una tonnellata alla settimana, sia con aglio che senza, per incoraggiare gli scambi economici!". 

Anche allora gli avversari politici del M5S criticarono aspramente l'incontro di Grillo con la diplomazia della superpotenza asiatica. C'è chi ricorda, poi, l'accordo sulla Nuova Via della Seta, siglato dal governo italiano nel marzo del 2019 alla presenza del presidente cinese Xi Jinping proprio quando Conte era a Palazzo Chigi: erano i tempi dell'esecutivo gialloverde in coabitazione con la Lega di Matteo Salvini, che già allora espresse forti perplessità sul memorandum Italia-Cina. 

Le polemiche non sono mancate neanche alcuni giorni fa, quando il blog del comico - da molti accusato di fare da 'megafono' alla propaganda cinese - ha pubblicato il rapporto dal titolo "Xinjiang. Capire la complessità, costruire la pace", promosso dal centro studi Cesem "insieme ad Eurispes-Laboratorio Brics e Istituto Diplomatico Internazionale (Idi)", nel quale vengono bollate come "sensazionalistiche" le accuse mosse "nel corso dell'ultimo anno dagli Stati Uniti e dai loro principali alleati sul presunto genocidio uiguro in atto nello Xinjiang". A sposare l'iniziativa, anche il presidente della Commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli, che ha aggiunto la sua firma a sostegno della diffusione del rapporto. 

E oggi, con il nuovo faccia a faccia tra Grillo e Li Junhua, il M5S torna sotto il fuoco di fila di opposizione e alleati di governo. "I grillini sono la quinta colonna del regime cinese in Italia", tuona la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni. La Lega chiede al Movimento di "chiarire il suo rapporto con la Cina". E nemmeno il Pd - partner 'privilegiato', con cui i pentastellati vorrebbero costruire un'alleanza in vista delle prossime politiche - nasconde il proprio disappunto. "Nel giorno in cui inizia il G7, con Mario Draghi che rafforza la cooperazione transatlantica e si pone come interlocutore di primo livello di Biden per tutta la Ue, non possono esserci spazi per ambiguità con Cina e Russia", scrive su Twitter Enrico Borghi, membro della segreteria Pd molto vicino a Enrico Letta. (di Antonio Atte)