Soggiorniamo, tutti noi, sul limitare di un baratro. Guardiamo, con gli occhi fissi, un abisso, che ricambia con freddezza il nostro sguardo. «Chi lotta con i mostri – canta in Al di là del bene e del male il profeta del nichilismo Friedrich Nietzsche – deve guardarsi dal non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te». Al Tramonto dell’Occidente di spengleriana memoria, in quello Zwischenreich che gli autori della Rivoluzione Conservatrice hanno sapientemente avvertito e delineato, sulla base del monito nietzschiano, non resta che muovere i passi un po’ più oltre. Lungo i terreni dissestati e caotici di un mondo liquido, ormai gassoso, in cui tutti i segnavia sono sempre più confusi. E andare oltre, oltre ancora. Ultra, trans, oltre, über, post: non è un caso che questi prefissi abbiano raggiunto nel Novecento filosofico – e culturale tutto – un impiego serrato, a tratti iperbolico e parossistico. Il peana del divenire e la volontà di potenza s’imprimono anche nei morfemi della lingua.















